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                                                                                     “Album”                                                                                                                                                              

                                                          -La veranda della seconda casa-

A sera dopo aver trascorso la giornata dai nonni tornavamo a casa, non molto distante ma abbastanza lontano per definirla “la seconda casa”. Non so perché c’era questa strana abitudine di passare l’intera giornata dai genitori di mia madre. Non che mi dispiacesse, ma mi creava un po’ di confusione, tanto da farmi credere che la casa mi appartenesse. Era divertente vivere lì, e rassicurante. C’era un continuo andirivieni di persone che si facevano visitare da mio nonno, che era medico. E come i medici di allora esercitava la sua professione in casa (aveva adibito una stanza dell’appartamento al modo di un piccolo ambulatorio) - I racconti di famiglia facevano derivare la sua bravura dall’esperienza fatta, da studente, sul campo, durante la prima guerra mondiale -. Si faceva aiutare da Nunziata, una persona di servizio, come si usava dire, che aveva imparato a svolgere quei piccoli compiti: come porgere al momento opportuno lo strumentario di base, bollire tutti i giorni le siringhe di vetro con i relativi aghi, reggere gli arti e soprattutto chiacchierare, distrarre e rassicurare. Spesso le visite erano gratis perché all’epoca, fine anni cinquanta, le persone erano molto vulnerabili e diverse abitavano in quella “corte dei miracoli” che era il vicolo dove cominciava il portone dei nonni; è chiaro che era la stessa Nunziata a ricevere a casa queste persone, brave… ma povere in canna! E non solo per visite specifiche, ma anche per dare un piccolo aiuto o addirittura per abluzioni, sì, proprio così!, nella vasca da bagno in occasione di matrimoni o altre importanti circostanze. Tutto all’insaputa di mio nonno, naturalmente, ma con la complicità di nonna Fortunatina che accettava tutto questo mossa certamente da vero spirito cristiano ma anche perché prevaleva l’agire ‘plautino’ di Nunziata. Era questa a tutti gli effetti la governante: decideva la spesa da fare, cosa cucinare e fare il caffè…tanto caffè, per tutti quelli, ed erano tanti, che “passavano” a fare un saluto ai miei nonni e che puntualmente portavano a me e a mia sorella dei cioccolatini, caramelle e altro. Ricordo una signora in particolare, dal nome per me sconosciuto ma che in casa chiamavano “la commarella” che ci portava puntualmente i Pavesini!  Ad aiutare Nunziata era la sorella Carmela che aveva in casa un ruolo più marginale. Il suo compito principale era di portare me e mia sorella in villa comunale durante i pasti dei parenti. Si faceva colazione a tarda ora, praticamente quando tutta l’Italia aveva già pranzato. Questo accadeva perché mio nonno aspettava che un fratello maggiore, sempre pressoché ospite, uscisse dall’ ECA, un ente che aveva il compito di assistere individui e famiglie in stato di particolare indigenza. Per l’appetito, prima di iniziare, si pregava frettolosamente. Ogni giorno a tavola eravamo in tredici, più o meno. A questa consuetudine si attribuiva ogni imprevisto ed era la scusa ideale per gli strali che mio nonno mandava alle suore dell’ospedale -- un presidio sanitario da lui fortemente voluto -- incapaci, secondo lui, di eseguire in maniera adeguata le mansioni loro affidate. Ma questa è tutta un’altra storia!                                                                                                        Il pranzo, soprattutto quello domenicale, si svolgeva con più portate rispettando alcune regole legate alla tradizione e si concludeva, puntualmente, con una sigaretta marca Edelweiss, un po’ puzzolente in verità, che mio nonno accendeva con un fiammifero che poi piantava in una buccia d’arancia. Spruzzandovi poi sopra il succo delle altre bucce la fiammata era assicurata e per me era una magia! Durante il pasto si parlava, inevitabilmente di cibo, di sport, poi del Giro d’Italia ma anche di Berruti, D’ Inzeo e Menichelli e di Sofia Loren o del cinema in generale. Non mancavano argomenti serissimi. Ricordo in particolare la vicenda di Cuba e la paura di una nuova guerra. Mio padre, giovane insegnante di filosofia, era il più loquace e i suoi discorsi, a quel tempo vagamente esistenzialisti, generavano smorfie e disappunto soprattutto in mia madre che amava sempre minimizzare per una naturale concretezza derivatale, forse, dalla sua professione di insegnante di matematica e scienze. Oppure, come penso, puro spirito di contraddizione.                            Poi un giorno mio nonno morì.  

Come per uno strano incantesimo, quel vivere visibilmente patriarcale si sfaldò e da un giorno all’altro -  io avevo più o meno dieci anni - via via che trascorrevano le giornate, ci trovammo sempre di più a vivere nella “seconda casa”. Questa era una vecchia casa, al primo piano di un palazzo che, forse un secolo prima, rappresentava con decoro una parte del tessuto urbano della cittadina flegrea. La casa dei miei bisnonni era abbastanza grande, divisa in due parti. In una ci abitavano due cugini di mia madre accuditi da Adelina, detta “scarola”, una pseudo governate, retaggio di vecchie abitudini, che oltre a svolgere le più comuni mansioni all’interno della casa, si dedicava alla vendita, come ambulante, più o meno in regola, di ricotta. L’origine di questo prelibato latticino, veniva spacciata da lei per romana -- ma non diceva il vero --. E questo lo so per certo. Adelina confezionava la ricotta usando le cartine, i foglietti e gli involucri avuti da qualcuno che lavorava all’interno di una nota pasticceria locale: li lavava e li appendeva a delle piccole funi come un vero bucato, per poi riutilizzarli con la massima disinvoltura. Ma anche questa è un'altra storia!                                                    La struttura della casa era strana: due larghi corridoi correvano paralleli, intervallati da piccole stanze adibite in passato a chissà quale funzione. Ma tutto era strano e misterioso. A cominciare dal portoncino di ingresso che le numerose trasformazioni avevano reso angusto, buio e che percorrevo alla massima velocità per paura di… non saprei dire cosa! Ma tant’è!                                                                                    

Entravamo nell’appartamento dalla porta di servizio che a sera mi divertivo a chiudere con tanti chiavistelli e mandate come un forziere antico o la porta di un castello o monastero: leggevo avidamente a quel tempo racconti su bucanieri, cavalieri della tavola rotonda e moschettieri del re. La parte centrale della casa essendo senza finestre era in penombra ed era occupata dallo studio di mio padre. A sinistra dell’ingresso, una stanza ben illuminata, nella quale trascorrevamo la maggior parte della giornata, si affacciava sulla piazza e costituiva il punto di osservazione, ingenuo svago di mia madre. La guardavo alle volte in quei molli pomeriggi curiosamente avvolta in spire di sigarette alla menta della marca Salem. Ma era sul lato opposto della casa che concentravo la mia attenzione. Vicino ai bagni e di fianco alla vecchia cucina ancora in muratura (avercele adesso quelle maioliche!), c’era un sala attraverso la quale con dei gradini in legno si accedeva ad un giardino, forse un po’ trascurato ma pieno di fascino. Tutta la parete era costituita da una grande veranda con riquadri in ferro e vetro. Lunghe ombre nelle ore pomeridiane disegnavano nella parete di fronte strani origami traballanti. Il tempo trascorreva lento e quella stanza era per me un luogo incantato. Avevo, tra i diversi “tesori” che la popolavano, un fortino del far west in legno costruito da mio padre, molto ben fatto, e un gioco che simulava la battaglia di Canne e poi birilli, “hula oops”, un pallone e dei pattini a rotelle mai usati. E poi gli album da colorare. La maggior parte del tempo lo trascorrevo proprio con questi album o con i fumetti in bianco e nero su cui usavo i pastelli come più mi piaceva, aggiungendo o cancellando, senza alcuno scopo o ragione apparente. E’ questo il ricordo preponderante di una parte della mia vita trascorso nella stanza della “veranda della seconda casa”. E’ strano, o forse no, che dopo tantissimi anni certi luoghi e oggetti vengono intensamente alla memoria e ti ricordano quelle atmosfere, quegli odori e quelle voci, ormai ovattate che sentivi quando eri bambino. E che rimpianto non essere corso una volta di più ad abbracciare quelle persone, frugare tra le loro cose, cercare indizi complici di improbabili fantasie, guardare negli armadi, respirare la scia dei profumi delle giacche di mio padre e spruzzare, in quella stanza, ancora una volta, nelle calde incursioni del sole, il pulviscolo delle lacche per capelli di mia madre. E tra un segno colorato e una forma da riempire, il tempo scorreva e i pomeriggi passavano in attesa di una carezza, di un ritorno, di una visita inaspettata. E ti ritrovi adesso a colorare quelle sensazioni che una volta erano reali e che ora sono una meravigliosa nostalgia.

 

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                                  "La veranda della seconda casa" 2026 tecnica mista su carta e acetato cm29,5x42

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